Progettazione Psico-Sostenibile

Paesaggio urbano e forme dell’architettura

Il genius loci _ Lo spazio umano specchio della società

Verso una progettazione psico-sostenibile

Come architetto, e ancor prima come giovane studentessa sensibile alla potenza comunicativa, ed evocativa, dell’architettura, interessata da sempre al ruolo psicologico, e più profondamente ed ostentatamente sociale, delle forme e degli spazi, ho intrapreso da qualche anno un percorso personale di ricerca in questa direzione, avendo anche intrapreso un percorso di ricerca all’interno di una scuola di specializzazione in Psicoterapia. Ed intendo in questo contesto fornire non tanto delle soluzioni quanto degli spunti per nuovi dibattiti.

Nel corso dell’ultimo decennio si sta sviluppando, presso la comunità dei progettisti, una particolare sensibilità per le problematiche sulla vivibilità dell’architettura. Si parla nelle riviste di settore sempre più di social housing, forme e volumi per una vita in sintonia, di abitabilità e comfort, architettura omeopatica, progetti per il benessere psico-fisico, e lasciano ben sperare i risultati di nuovi premi istituiti, come ad esempio il premio Newitalianblood. Ma se da un lato si denota un crescente interesse nei confronti della bioarchitettura e del raggiungimento dei massimi confort nella progettazione architettonica, nei confronti delle tecnologie innovative e dei principi progettuali della passive-house, meno ci si preoccupa di quello che le nuove architetture proiettano al di fuori, sul paesaggio urbano, ovvero gli effetti sul comfort di tipo psicologico delle proiezioni di quei volumi sullo spazio pubblico. Sono stati in passato prodotti vademecum di progettazione, con attenzione ai problemi psicologici, sugli interni, ampi studi nel campo del valore dei colori e sulla percezione degli spazi, ma l’incidenza della forma architettonica sulla psiche è una disciplina che deve ancora svilupparsi nella sua completezza, soprattutto alla grande scala, e come recita la frase cardine del metodo Gestalt: Il tutto è più della somma delle parti.

Basta sfogliare alcune riviste di settore per rendersi conto che, la piccola scala dell’architettonico e la grande scala della città, e del paesaggio, si trovano sempre più relazionati tra loro, lo spazio urbano, così come quello peri-urbano, diventa una successione di involucri, confini, recinti, margini, che individuano le “superfici della relazione”, ma queste relazioni come sono progettate? Ed in che modo vengono percepite ed assimilate? Perché tutto ha origine dalla visione geometrica dello spazio cartesiano, e nella geometrizzazione stà la percezione del vissuto; come evitare quindi quella che Eugenio Boia definisce “spazialità schizofrenica”?

Il primo problema nel quale ci si imbatte, accingendosi ad uno studio e ad un’analisi di tipo paesaggistica, è quello di riuscire a capire quale possa essere il metodo di rappresentazione più idoneo a raffigurare il “luogo”. Nel corso della storia, storici, pittori, agrimensori, scultori, cartografi, geografi, urbanisti, paesaggisti, strateghi, si sono impegnati nella ricerca del “miglior metodo di rappresentazione”, ma non può esistere modo di rendere, sul piano bidimensionale, realtà tridimensionali, indifferentemente dalle loro diversità morfologiche, spazio-temporali, culturali, e così via.

Si può leggere il territorio nella sua concretezza fisica, fatta di grandezze misurabili (approccio

geografico o delle scienze esatte), lo si può analizzare quale scenario delle dinamiche sociali (approccio delle scienze sociali ed economiche), lo si può considerare in quanto immagine costruita dall’uomo attraverso l’elaborazione estetico-percettiva dei dati sensoriali (approccio psicologico) tratto da “Tecnologie appropriate per il recupero del verde urbano” (di Antonio Bosco e Daniela Capasso_Giannini Editore), ed è su quest’ultimo che intendo concentrarmi.

Fondamentali risultano inoltre i rapporti tra i dualismi dello spazio, ovvero il problema della percezione dello spazio urbano e peri-urbano e dei suoi confini: nuovo-antico (la percezione del monumento), uomo-natura (la percezione del margine edificato -antropico- o di quello antropizzato e quello naturale), spazio fisico-uomo (percezione delle differenze di scala, del rapporto tra i volumi, delle proiezioni delle ombre delle verticali sul piano orizzontale, ecc.), positivo-negativo (percezione dei volumi di addizione e sottrazione, delle aree abbandonate e degradate), interno-esterno (l’importanza del punto di vista, la visuale come approccio alla conoscenza dello spazio, il rapporto tra lo spazio relazionale esterno e quello cognitivo interiore), e last but not least architettura-psiche. Si tratta di effettuare un’analisi scientifica che evidenzi come lo spazio, l’ambiente, l’architettura e il paesaggio influenzano la psiche dell’individuo, e agiscano su di essa, e come lo spazio-ambiente si modifica, nel nuovo modello progettuale, preoccupandosi di questa relazione.

E quale definizione di spazio si potrebbe mai dare, visto che Norberg-Schulz sostiene che si tratta di un termine non certamente nuovo per il mondo dell’architettura, se non la chiave di lettura che egli stesso ci suggerisce: “La lettura corrente distingue due usi del termine: quello di spazio come geometria tridimensionale e quello di spazio come campo di percezione. Né l’uno né l’altro sono esaurienti, in quanto astratti dalla totalità tridimensionale intuitiva dell’esperienza quotidiana, che potremmo chiamare lo spazio concreto. Infatti le azioni umane concrete non hanno luogo in uno spazio isotropo omogeneo, ma in uno spazio saturo di differenze qualitative come quelle del “su” e del “giù””. E persino Giedion ha tentato di dare una definizione allo spazio in termini concreti, servendosi della distinzione tra “esterno” ed “interno” come base comprensiva della storia dell’architettura, ed esistono non poche architetture della storia contemporanea che incentrano la loro condizione sintattica sul rapporto tra interno ed esterno, modificandone e distorcendone il significato e la riconoscibilità. Kevin Lynch non fu da meno, ed anzi ampliò ulteriormente il recinto semantico all’interno del quale la definizione di spazio poteva muoversi, introducendo i concetti di “nodo”, “percorso”, “limite” e “distretto” come elementi costituenti la base dell’orientamento dell’uomo nello spazio. E riconoscerei come fondamentale l’approccio di Paolo Portighesi, sempre accuratamente riportata sul Genius loci, che definisce lo spazio un “sistema di luoghi”, egli intende spiegare che sebbene gli spazi possano essere “descritti” in termini matematici, il concetto di spazio è sempre radicato a situazioni concrete. La posizione di Portoghesi molto si avvicina all’affermazione di Heidegger, secondo il quale gli spazi ricevono l’esistenza non dallo “spazio” ma dalla località. Norberg-Schulz conclude questa panoramica di riferimenti sostenendo che il rapporto esterno- interno, che costituisce l’aspetto primario dello spazio concreto, sottintende che lo spazio possiede una varietà di estensione e di chiusura, e che invece i paesaggi si distinguono per una estensione

 

svariata ma sostanzialmente continua, e che gli insediamenti sono entità chiuse. E a tal proposito vorrei riallacciarmi al concetto di geografia della soglia menzionato da Giovanni Filoramo, che individua nella soglia del tempio il confine tra uomo e dio, così come nell’architettura il varco costituisce il confine tra interno ed esterno, ovvero tra lo spazio, architettonicamente e sensorialmente inteso, e ciò che è “altro”, o come il “margine” costituisce il confine tra i paesaggi. L’insediamento ed il paesaggio, secondo Norberg-Schulz, intrattengono, infatti, un rapporto figura-sfondo. Scrive a tal proposito la prof.ssa Francesca Castagneto che le differenze fra i rapporti dimensionali, nella rappresentazione, non implicano esclusivamente differenze qualitative, ma principalmente differenze qualitative inerenti la qualità dell’informazione, pertanto la lettura del rapporto figura-sfondo induce secondo lei all’individuazione di ulteriori caratteri esprimibili nei concetti di: limite, contorno, confine, traducendo qualità di ordine bidimensionale in chiavi di lettura proprie di oggetti tridimensionali, e pertanto posti in uno spazio-ambiente.

Ed in tal senso, la percezione secondo il modello Gestalt, costituisce l’approccio più vicino, a mio avviso, tra i modelli di psicologia, agli sviluppi della progettazione architettonica, urbana ed ambientale. Si tratta di capire in che misura, e come, l’attenzione, del mondo dei progettisti, si sta spostando sempre più verso i problemi dello spazio pubblico e della riqualificazione urbana, pensando al progetto come uno strumento di miglioramento della qualità della vita, attribuendo un nuovo senso allo sviluppo della tridimensionalità della città contemporanea negli interventi sulle città storiche, di rifunzionalizzazione delle delle aree dismesse, e di riqualificazione e riprogettazione delle aree al margine, così come per i progetti sui paesaggi ai margini delle città; intendendo il margine come territorio di ricerca, luogo di contatto tra ambienti differenti, e quindi differentemente percepibili, luogo d’incontro e quindi di mediazione. Ma come il prof. Barcellona ha affermato non si può avere passione per lo spazio senza avere passione per la città.

Già Aldo Rossi, grande architetto italiano e saggista dell’architettura conosciuto in tutto il mondo, figlio delle decennali sperimentazioni sull’Existenzminimum, da lui definita unità dimensionale ottima dal punto di vista distributivo ed economico, e sulle Siedlungen, scrive intorno agli anni ’60: “Per ora credo di poter affermare che qualità e destino distaccano gli elementi primari, intesi nel senso di una letteratura geografica, dei monumenti. E sono convinto che sulla scorta di queste indicazioni si potranno arricchire le ricerche positive sul comportamento dei gruppi umani e dell’individuo nella città. […] speriamo che siano approfondite queste ricerche sperimentali e che possano offrirci importante materiale per valutare tutti gli aspetti della psicologia urbana.” e citando questa affermazione del Maestro mi ricollego al riferimento che, nel corso del ciclo di incontri organizzati in occasione di un corso di alta formazione dal prof. Barcellona, lui stesso ha fatto a Gaudì riguardo la sostenibilità ambientale e sociale, e all’affermazione di Lucio Blandini: “La comunicazione è differente alle diverse scale.” Gaudì ha rappresentato l’identità catalana in ogni sua forma ed espressione, la sua cura nella scelta dei materiali, la sua necessità di trasmetterla, mediante la spettacolarità degli spazi e le audaci ricerche di forme “staticamente improbabili” che trasmettessero la magnificenza e la straordinarietà della natura; non è un caso che l’architettura in quella particolare porzione d’Europa

si caricasse di tanta animosità, l’identità dell’uomo non può prescindere dall’identità dei luoghi, così come l’identità dei luoghi non prescinde dall’identità dell’uomo. Già Jean Tricart, nel ’63 individuava nel contenuto sociale la base della lettura della città, e lo stesso Aldo Rossi nel citarlo rimarca che lo studio del contenuto sociale deve venire prima della descrizione dei fattori geografici che danno al paesaggio urbano il suo significato. I fatti sociali, in quanto si presentano appunto come contenuto, sono precedenti le forme e le funzioni e per così dire le comprendono. E sempre Rossi, interpretando Tricart, sottolinea che egli stabilisce così tre ordini e tre scale diverse: a) la scala della strada che comprende le costruzioni e gli spazi non costruiti che la circondano; b) la scala del quartiere che è costituito da un insieme di isolati con caratteristiche comuni; c) la scala della città intera considerata come un insieme di quartieri. Quando durante un seminario con Blandini, ci si è introdotti nel delicatissimo argomento dell’architettura di vetro, sono emersi dei dubbi e delle perplessità tra i colleghi di corso riguardo la mancanza di carattere del vetro e la banalità del suo utilizzo, in realtà l’architettura del vetro inizia in un periodo ben preciso, quello in cui il tentativo da parte del mondo dell’architettura, di creare un linguaggio unico a livello globale, si faceva sempre più reale, siamo a cavallo tra le guerre mondiali, e gli sconvolgimenti culturali e territoriali sono tali da distorcere a tratti le realtà locali, intese come unità ben definite. Ma il vetro rappresenta contestualmente anche l’idea della città effimera, e non a caso quello costituisce anche un periodo, per la storia dell’architettura di grandi sconvolgimenti anche in materia tecnologica. Le città crescono a dismisura, la tecnologia inizia a passo affrettato a dirigersi verso la possibilità di realizzare in poco tempo edifici altissimi, città come San Francisco cominciano a sperimentare il modo in cui inizia ad accelerarsi il tempo di durata di un edificio medio, le città iniziano a trasformarsi velocemente e a dover interagire agevolmente con l’incredibile velocità con la quale si trasformano gli stili di vita, le abitudini e le esigenze. Già Le Corbusier sconvolge il concetto di architettura “eterna”; è l’uomo “moderno” che si ostina a mantenere viva la memoria dell’innovazione delle architetture di Le Corbusier tentando disperatamente di lottare contro il repentino deterioramento e decadimento delle sue architetture, che vengono dalla storia riconosciute come monumento, ma che per lui altro non rappresentavano se non “Macchine per abitare”, e pertanto destinate a non durare più della vita media di un uomo. Mies ci insegna che la storia dell’architettura è fatta di avanzamento tecnologico, ma anche di avanzamento culturale, nonché dell’evoluzione del carattere identitario di un popolo. E Rossi dice di essere molto propenso a credere che il momento principale di un fatto architettonico stia nella sua tecnica; cioè nei principi autonomi secondo i quali si fonda e si trasmette. E in termini più generali nella soluzione concreta che ogni architetto dà al suo incontro con la realtà; soluzione che è verificabile appunto attraverso certe tecniche – e che costituisce quindi anche necessariamente una limitazione.

Mi chiedo se sia corretto pensare tout court che le forme dell’architettura, così come quelle della città, possano essere leggibili ed individuabili per il loro carattere psicologico e sociale. Mi è capitato da giovane architetto in erba di voler mandare, nella presentazione di un mio progetto, dei messaggi subliminali, pensando che inevitabilmente questi sarebbero stati recepiti dalla committenza; quando

poi, con orgoglio, ho mostrato ad altri il video di presentazione redatto per l’occasione, sottolineando il messaggio che volevo trasmettere, mi è stata data come risposta: “Per me il messaggio è chiaro, ma probabilmente le persone alle quali era destinato il messaggio forse non avranno colto il concetto”; c’era stata da parte mia una cattiva identificazione dei canali di comunicazione, o l’abisso culturale tra me e quelle persone rendeva impossibile una interpretazione comune a medesimi simboli e messaggi!? Basti pensare che nemmeno gli archetipi di Jung sono univocamente interpretabili. Norberg-Schulz sostiene che non esistono tipi diversi di architettura ma soltanto situazioni diverse, che per soddisfare le esigenze fisiche e psichiche dell’uomo, richiedono soluzioni diverse; e lo stesso Rossi parlando di locus urbis si chiede come, una volta determinato, possa influenzare l’individuo o la collettività; e trovo la risposta alla sua domanda negli studi degli esperti della psicologia della Gestalt, studi che erano in realtà stati già condotti in via sperimentale durante l’epoca del Bauhaus, come sottolinea Rossi, nel campo delle forma e come erano già stati lanciati dalla scuola americana di Kevin Lynch. Scrive ancora Rossi: “Questo rapporto tra il fatto urbano (collettivo) e l’individuo è singolare rispetto a qualsiasi altra tecnica o arte; è infatti da rilevare che perché l’architettura si imponga come un vasto movimento culturale e venga discussa e criticata al di fuori di una stretta cerchia di specialisti, bisogna che questa architettura si realizzi, che essa diventi parte di una città, diventi “la città”. […] La storia della città è anche la storia dell’architettura; ma la storia dell’architettura è al massimo un punto di vista con cui guardare la città. L’incomprensione di questo ha spinto da molto tempo a studiare la città e la sua architettura riferendosi all’immagine, e per sbloccare lo studio dell’immagine da alcuni punti morti in cui essa era caduta, a cercare di vederla attraverso altre scienze; per esempio la psicologia. Ma cosa può dirci la psicologia se non che un certo individuo vede la città in quel modo e che più individui vedono la città in quel modo? E come è rapportabile questa visione privata e incolta con le leggi e i principi con cui la città sorge e attraverso cui essa forma la sua immagine? Se noi ci occupiamo architettonicamente della città non solo dal punto di vista stilistico, il non far questo non significa lasciar stare l’architettura e occuparsi d’altro. Al contrario; a nessuno verrebbe mai in mente che quando i trattatisti ci dicono che gli edifici devono rispondere a criteri di solidità, utilità e bellezza,” i tre principi dell’architettura secondo Vitruvio “dovrebbero poi preoccuparsi di spiegarci quali sono i movimenti psicologici di questo principio. […] E’ possibile così che noi sappiamo molto poco sul rapporto tra la città e alcune architetture, tra un singolo fatto urbano e la nostra capacità di intenderlo e di promuoverlo, ma questo non significa che non ci sia concesso di studiarlo con gli strumenti che possediamo”. Quando Enzo Scandurra ha fatto vedere, durante il corso di un suo intervento durante il medesimo seminario, il filmato nel quale Pier Paolo Pasolini parla della città storica, manifestando nostalgia per la vecchia forma della città, o quando ha accennato alle visioni della città di Boudelaire e Tony Garnier, o alle visioni della società da parte di poeti e letterati quali Poe e Zola, mi sono chiesta, se anche quei messaggi, che probabilmente, giungevano con chiarezza ed in maniera univoca a tutti i presenti in quell’auditorium, si trattasse di architetti, ingegneri, sociologi, psicologi, medici, filosofi o avvocati, sarebbero giunti con altrettanta chiarezza ed univocità ad una platea culturalmente differente. Come si identificano i

confini di una identità culturale nella società contemporanea!? Come può essere possibile identificare e scompaginare le identità culturalmente differenti in una società che tende, a tratti, ad uniformarsi esageratamente ed a differenziarsi, mediante una eccessiva specializzazione e differenziazione delle competenze e dei territori!? E’ vero che con l’inizio dell’epoca della città industriale si ha l’introduzione della socializzazione!? E prima cosa succedeva nelle città, se veramente la socializzazione nasce solo ora!? In epoche passate il luogo rimandava, in maniera inevitabile all’evento che si svolgeva, o che si era svolto, in quel luogo; Marco Polo fa una descrizione degli spazi per raccontare i popoli che in quegli spazi vivono, Italo Calvino, nella descrizione delle sue città invisibili parla di popoli e città senza porvi alcun limite, descrivendo un’unica amalgama, una sorta di composto unico, costituito da persone e luoghi, che diventano nella descrizione un unico evento, descrivibile senza la necessità di differenziare l’uno o l’altro soggetto. Ma Calvino stesso, durante una conferenza tenuta a New York nel 1983, cioè appena un decennio dopo la pubblicazione dell’appena citato libro, “Le città invisibili”, ammise: “Che cos’è oggi la città per noi? Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città”. La descrizione dei luoghi contemporanei funzionerebbe tutt’oggi fatta per capitoli sensitivi? Nelle sensazioni descritte da Calvino immagino si ritroverebbe qualsiasi nostalgico conoscitore di quei luoghi da egli descritti, ed è nella pluralità dei racconti e delle descrizioni che troviamo le nuove sensazioni di città, nella dilettica dei rapporti del passato e nella complessità di oggi. Quando ho avuto il piacere, in seguito ad un suo intervento, di intavolare una discussione con Cassano, uomo e studioso con una spiccata passione per le città, abbiamo parlato a lungo delle emozioni che aveva rianimato in me sentirlo parlare di Gerusalemme e delle altre città simbolo della terra Santa, mi tornavano alla mente immagini uniche scolpite a suo tempo nella mia mente; città come Parigi, Berlino, Barcellona, Roma, Milano, Londra, le grandi city americane, esulano da una caratteristica fondamentale nell’approccio sociale dell’architettura, esse non trasmettono sensazioni univoche, invece io mi ritrovavo perfettamente nelle emozioni che lui descriveva per quelle terre “anomale”, ed anche se avevo vissuto un’esperienza totalmente differente dalla sua, mentre parlava ricordavo la sensazione di non riuscire a descrivere cosa si potesse provare passeggiando di notte nella città vecchia all’interno delle mura di Gerusalemme, non è altro che una Disneyland creata per far scaturire medesime emozioni in un credente come in un ateo, in un architetto come in un avvocato, come dice Cassano lo sguardo non è mai innocente, ma io aggiungerei che in alcune situazioni è uguale per tutti. E allora ci sono spazi “veri”, capaci di creare sensazioni sempre nuove e differenti, e spazi “finti”, capaci di suscitare emozioni omologate. In fondo lo stesso Calvino evidenzia l’impressione contrapposta, alla sopracitata esperienza, quando descrivendo Zirma, parla di dirigibili che volavano in tutti i sensi all’altezza delle finestre, vie di botteghe dove si disegnano tatuaggi sulla pelle ai marinai, treni sotterranei stipati di donne obese in preda all’afa, eppure i suoi compagni di viaggio ricordano un unico dirigibile volare tra le guglie della città, e così anche un solo tatuatore ed un’unica donna-cannone, e sottolinea la memoria è ridondante: ripete i segni perché la città cominci ad esistere.

Infondo nei disegni della città di Garnier non vi sono persone, gli abitanti nella città moderna sono fondamentalmente scomparsi. Come lo stesso Scandurra ha ammesso la città nuova, che non è più la città moderna, è una cosa nuova difficile da descrivere: non c’è più il riferimento alla grande fabbrica, diventa essa stessa merce e vetrina, e non più luogo dell’abitare, nella città nuova non c’è più differenza tra centro e periferia, si perdono i grandi riferimenti; […] le città sono oggi fluide, attraversate da flussi di persone, di informazioni, ecc. ed i flussi non possono far parte per definizione di una sola identità culturale, necessariamente questi flussi portano traccia di ogni identità che attraversano nel loro tragitto. Sempre Scandurra, nella sua analisi della città in trasformazione ha sottolineato: sièmodificatolospaziopubblico…perchèsièmodificatoilrapportotralepersone.

Stiamo vivendo la crisi della città contemporanea, la società è talmente variegata da individuare modalità e tipologie di sistemi di aggregazione troppo lontani e differenti tra loro, per questo si lavora sempre meno verso l’architettura del territorio; trovo infatti che esempi come quelli di Dubai siano da prendere non come modelli di un’architettura contemporanea, quanto come laboratorio per nuove sperimentazioni, architetture non funzionali ad una evoluzione della storia dell’architettura ma fini a loro stesse; un’architettura della sfida e dell’autocelebrazione, che forse, diversamente da quello che è uso comune pensare, non rappresentano elementi collocabili in ogni luogo, bensì ivi funzionanti perché collocati in un luogo senza carattere, quella è l’architettura dei non luoghi di Marc Augé, l’esatta materializzazione di quei clichés, le Disneyland che possono stare nel mezzo del deserto come su un’isola a forma di palma, ma che finiscono con lo scontrarsi con i sistemi di socializzazione di realtà più radicate, forse tra tutte maggiormente quella delle popolazioni latine. Allora aveva ragione Focaut quando, nel chiedersi quale fosse il ruolo dell’architetto, si poneva un quesito fondamentale: può favorire il vivere comune? E mi trovo sulla stessa corrente di pensiero di Scandurra quando sostiene che la progettazione dei luoghi pubblici è, si una occasione eccezionale di creare socialità, ma soprattutto un’arma a doppio taglio, non è tanto lo spazio ad incidere sullo spazio, quanto i compartimenti. La vera modernità sta nell’organizzare le città con modelli di accoglienza, basta costruire i muri….questa è la vera sfida.

Allora è bene chiedersi: Il “tempo reale” ha cancellato il tempo storico e il tempo psicologico e il tempo culturale? E’ bene credere che l’appartamento “parodia” dell’Existenzminimum, principio abitativo sul quale i grandi architetti del CIAM tanto si sono confrontati, comicamente enfatizzato nel film con Renato Pozzetto “Il ragazzo di campagna”, possa essere un modello abitativo realmente funzionante!? Oppure è possibile pensare che Giapponesi, Finlandesi e Siciliani, ho preso tre campioni il più differente possibile, possano riuscire a vivere in moduli abitativi anche solo equiparabili tra loro!?

In un’epoca nella quale si va verso la disfatta dei caratteri locali, nella quale la moda del “global” è più radicata di qualsiasi altra tendenza e nella quale, come anche l’architetto Scandurra ha sottolineato, anche il concetto di “periferia” appartiene a quella famiglia di concetti che hanno subito, in epoca contemporanea, una profonda mutazione di significato, è lecito pensare ancora all’identità culturale di un luogo come carattere pregnante dell’architettura di quel posto!? Che i luoghi famosi e i clichés di cui parla Marc Augé, rappresentino degli idiomi, luoghi settati per chiunque ed

universalmente riconosciuti come quei posti da lui stesso ribattezzati non luoghi; perché catalizzati all’interno della logica dello status symbol nel caso dei luoghi famosi, e come identità ben definita di una società massificata, invece, nel caso dei centri commerciali!?

Kipar, architetto tedesco ormai italianizzato, ha detto: Più si va avanti nella globalizzazione più cresce la necessità di arroccarsi a livello locale, May space be the ultimate luxury? E tornando alla panoramica che Scandurra ha fatto sulle periferie, da quelle degli anni ’50 a quelle contemporanee, al suo tentativo di parafrasare Adriano Celentano dicendo: Laddove c’era l’erba ora c’è un centro commerciale, e al suo monito per gli architetti, che si dedicano a fare sculture piuttosto che città (il progetto della cupola, il progetto della torre, il progetto del grattacielo, ecc.), mi torna spontanea una citazione di L. Buñuel: “Questi sobborghi hanno la complessità anodina eppure espressiva della soffitta. Sono come il vano per le masserizie vecchie della città. Li si trova tutto quello che ci può essere di tarmato e inservibile. In questa estetica assurda che caratterizza la periferia, tutto viene proposto, simbolizzato dall’oggetto che ci compare davanti: il barattolo vuoto, il cane affamato, il topo sventrato o il lampione a gas impolverato e storto. La sua prospettiva psicologica e materiale -ostile e triste- resta scolpita per intero nel profondo del nostro spirito. L’anima del suburbio strangola tutto ciò che si può trovare di vita e di movimento. Nell’acquerello che immediatamente dipingiamo con la tavolozza dei nostri sensi non c’è che un colore: grigio [….]. Questi quartieri in letargo appartengono alla sfera dell’irrimediabile, del fatale. Emozioni di alberi secchi. Gli abitanti hanno subito il morso rabbioso che ha inferto loro l’anima del suburbio.” E d’altro canto anche Rossi si chiese se nel comprendere la città come opera d’arte l’architettura non fosse essenziale; egli spiega che per quanto riguarda la costruzione della città è possibile procedere per fatti urbani definiti, per elementi primari, e questo riguarda l’architettura e la politica; alcuni di questi elementi assurgeranno al valore di monumenti sia per il loro valore intrinseco sia per una particolare situazione storica, questo rigarda appunto la storia e la vita della città. E ancora il riferimento alla definizione di periferia di Lorenzo Bellicini: “l’area marginale della città centrale”, ma come egli stesso ammette questa definizione si scontra con alcune questioni di non poco conto: il problema della definizione di città e di centro; le nuove forme di insediamento che in molte parti del nostro paese ci portano a parlare di città diffusa, di campagna urbanizzata, di città “reticolari”; e soprattutto la definizione del concetto di margine, l’ampiezza del margine, il carattere dei margini. Quale marginalità rappresenta la periferia: una marginalità geografica, funzionale, sociale?

Aldo Rossi parlando di contorni li associa invece all’individualità dei monumenti, della città, delle costruzioni, definendo il concetto di individualità e i suoi limiti; sostenendo che riguardano il rapporto locale dell’architettura, il luogo di un’arte. Sempre Rossi dice che i legami e la precisazione stessa del locus come un fatto singolare determinato dallo spazio e dal tempo, dalla sua dimensione topografica e della sua forma, dall’essere sede di vicende antiche e nuove, della sua memoria. Ma questi problemi sono in gran parte di natura collettiva; essi ci costringono a soffermarci brevemente sullo studio dei rapporti tra il luogo e l’uomo; di vedere quindi i rapporti con l’ecologia e la psicologia. Gli stessi luoghi della memoria ai quali si riferisce James Hillman. E persino Christian Norberg-Schulz si

pose, nel suo Genius loci, come obiettivo principale quello di effettuare una indagine, anziché dell’aspetto pratico, delle implicazioni psichiche dell’architettura

E allora è bene tornare a chiedersi: ma l’età della pietra è realmente finita per mancanza di pietre?

Ma la “valorizzazione etica dello spazio” ha realmente come zoccolo fondativo la pianificazione della città!? O il fallimento della città stà proprio nella sua pianificazione!?

Che Hausmann, grande personaggio della storia dell’urbanistica, che l’architetto Scandurra ha ipotizzato essere stato primo ed ultimo urbanista, sia stato eccessivamente idealizzato? … trovo che sia fondamentalmente figlio del suo tempo, e che tutto sommato il suo grande piano altro non è che uno sventramento a scopo bellico, senza niente togliere alla magnificenza e alla grandiosità del progetto, che in quel contesto storico risulta la più geniale delle soluzioni alle problematiche urbanistiche della Parigi del tempo, ma, come Enzo Scandurra stesso ha ammesso, si trattò di un intervento la cui committenza era identificata all’interno di una ben determinata classe sociale, quella borghese, nuovo ceto sociale che trova la propria collocazione all’interno del progetto della nuova città. E quale collegamento esiste tra Hausmann e il progetto della Ruhr, da paesaggio post- industriale a capitale della cultura? Come ha detto Kipar, Das Essen Strahlenmodel, si mette in scena lo spazio dimenticato, e si trovano nuove direzioni attraverso le nuove prospettive. E allora ci si dedica ai temi collettivi, ma tutte le città finiscono con l’avere gli stessi temi collettivi, che in quanto esito dell’intenzione estetica della civitas dovranno corrispondere per principio ad un linguaggio architettonico compreso da tutti i cittadini (prof. Romano).

Pertanto mi sento di concludere citando un intervento dell’arch. Di Fazio sull’onestà edilizia: esiste una casa per tutti? Non c’è una casa proponibile per tutti, ma la possibilità di effettuare un’analisi razionale mediante la quale individuare il procedimento per trovare le tipologie.

“La teoria del funzionalismo ingenuo è però oltremodo comoda per le classificazioni elementari ed è difficile vedere come a questo livello essa possa essere sostituita; si può quindi proporre di mantenerla a un certo ordine, come mero fatto strumentale, senza però pretendere di ricavare da questo stesso ordine la spiegazione dei fatti più complessi.” (Aldo Rossi, L’architettura della città)

arch. Rossella D’Angelo_articolo scritto a conclusione della scuola di alta formazione a cura del Prof. Barcellona

Bibliografia

  • Nicola Aricò, Le invisibili città del mondo siciliano, in Centri storici minori o piccole città,Rassegna di studi e ricerche, Rivista del Dipartimento di Rappresentazione e Progettodell’Università di Messina (DRP), Sicania, Messina, 2000;
  • Rudolf Arnheim, La dinamica della forma architettonica, Milano, Feltrinelli, 1985;
  • Solomon E. Asch, Psicologia sociale, Torino, SEI, 1989;
 
  • Marc Augé, Disneyland e altri non luoghi, Torino, Bollati Boringhieri editore s.r.l., 1999;
  • Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, Bari, 1975;
  • Lorenzo Bellicini e Richard Ingersoll, Periferia italiana, Roma, Meltemi editore srl., 2001;
  • Renato Bocchi, Progettare lo spazio e il movimento, Gangemi Editore, Roma;
  • Italo Calvino, Le città invisibili, Milano, Mondadori, 1993;
  • Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Macerata, Quodlibet, 2005;
  • De Carlo, Nelle città del mondo, Venezia, Marsilio, 1995;
  • Renzo Dubbini, Geografie dello sguardo, Visione e paesaggio in età moderna, Einaudi, Torino,1994;
  • Paul Duncan, Discovering the hill towns of Italy, Pavillion books limited, Londra, 1990;
  • Martin Heidegger, Costruire, abitare, pensare, Mursia, Milano, 1976;
  • Sereno Innocenti, Il viaggio con il disegno, in Centri storici minori o piccole città, Rassegna distudi e ricerche, Rivista del Dipartimento di Rappresentazione e Progetto dell’Università diMessina (DRP), Sicania, Messina, 2000;
  • Gaetano Kanizsa, La grammatica del vedere, Bologna, Il Mulino, 1980;
  • David Katz, La Psicologia della forma, Torino, Boringhieri, 1979;
  • Lucien Kroll, BIO, PSYCHO, SOCIO/ECO, Ecologies Urbaines, préface de Pierre Loze, EdL’Harmattan, 1996;
  • Lucien Kroll, Tutto è paesaggio, “Universale di Architettura” collana diretta da Bruno Zevi,Testo&Immagine, Torino, 1999;
  • Kurt Lewin, Teoria e sperimentazione in psicologia sociale, Bologna, Il mulino, 1972;
  • Mario Manganaro, Apparizioni di città, in Centri storici minori o piccole città, Rassegna di studie ricerche, Rivista del Dipartimento di Rappresentazione e Progetto dell’Università di Messina(DRP), Sicania, Messina, 2000;
  • Wolfgang Metzger, I fondamenti della psicologia della Gestalt, Firenze, Giunti, 1971;
  • Wolfgang Metzger, Psicologia della forma. In: Enciclopedia del Novecento. Vol. 4. Roma,Istituto della Enciclopedia Italiana, 1980;
  • Fausto C. Nigrelli, Per una fenomenologia della piccola città, in Centri storici minori o piccole

città, Rassegna di studi e ricerche, Rivista del Dipartimento di Rappresentazione e Progetto

dell’Università di Messina (DRP), Sicania, Messina, 2000;

  • Christian Norberg-Schulz, Genius loci, Paesaggio ambiente architettura, Electa, Milano 1979;
  • Rossella Salerno, Architettura e rappresentazione del paesaggio, Milano, Guerri e associati,1995;
  • C. Socco, Lo spazio come paesaggio, in VS. Quaderni di studi semiotici, n. 73-74, pag.193-215;
  • Elio Vittorini, Le città del mondo, Torino, Einaudi, 1969;
  • Piero Zanini, Significati del confine, I limiti naturali, storici, mentali, Mondadori, Milano, 1997.